Stefania Mainardi sabato 17 novembre 2018 Login

Riduci 
   
 
 
RiduciLe opere di STEFANIA MAINARDI
   

 

Mainardi.jpg

Diana dardeggiante

 

 

Mainardi2.jpg

Gladiator

 

 

MainardiIMG_7611copia.jpg

Il confronto

 

 

MainardiIMG_7646copia.jpg

L'inganno

 

MainardiIMG_7698copia.jpg

Bucacefalo
 

 

 

MainardiIMG_7722copia.jpg

La danza
 
 
RiduciLa sua Biografia
   

La predisposizione per il disegno è subito presente, tuttavia l’orientamento formativo  procede in una direzione parzialmente diversa  dall’ambito propriamente grafico ,  infatti  non persegue studi specifici di settore, prediligendo la scelta di un percorso con aspetti mediati tra l’umanistico  e l’artistico/tecnico.
La formazione presso il Liceo Classico G.D. Romagnosi di Parma affina la predisposizione verso ambiti umanistici, sia dal punto di vista letterario che artistico, sviluppando il forte amore per la classicità che sarà il filo conduttore dello sviluppo culturale ed espressivo.
Consegue la laurea in architettura presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze nel 1994, con tesi inerente ai restauri del battistero di  Parma.
Il percorso universitario è segnato da numerosi esami legati all’ambito espressivo e progettuale artistico.
Inoltre  i numerosi viaggi effettuati nel corso degli anni testimoniano la ricerca delle espressioni  artistiche – dall’architettura alla pittura e scultura– attraverso la scoperta delle grandi città e luoghi d’arte, dei musei e delle mostre in Italia e all’estero.

Come architetto, oltre a progettazione di nuove costruzioni e ristrutturazioni  e restauro di edifici storici,  si
occupa di decorazione di interni e ha realizzato scenografie per spettacoli teatrali.
Da sei anni si dedica più assiduamente alla pittura , sperimentando svariate tecniche   di disegno, dalla sanguigna all’acquerello, all’inchiostro bruno, fino alla tecnica più abituale  ad acrilico su tela.
Ha partecipato a esposizioni collettive a Parma.
 

 
 
RiduciLa Critica
   

Esercizi sull'arte di Stefania Mainardi.
di Francesco Barocelli


Ha scelto la mediazione tra la storia e il mito, Stefania Mainardi per inoltrare lo sguardo oltre l’apparenza del quotidiano e accorgersi che il tempo procede “per frammenti”, attraverso i luoghi del pensiero, delle analogie, delle metamorfiche riproposizioni della memoria.

“Un senso straniante, la sensazione di un impossibile ritorno s’accompagnava ai trasparenti alisei del Tirreno che trascorrevano tra statue grandi, gigantesche, immobili ”.

L’annotazione è riferita ad altra occasione. Così infatti avrebbe potuto commentare chi avesse osservato l'”antico” tra il Santissimo Nome di Maria e i mercati traianei, sino alla Torre delle Milizie, all’epoca della mostra romana di Igor Mitoraj. Queste pitture di Stefania Mainardi, nella figurazione illusivamente plastica che recano dentro nella dimensione della tela, mi riportano alla mente  assonanze con talune di quelle visioni stranianti e poetiche. Roma è il sedime di tutto. Anche l'ellenico repertorio della Mainardi è passato per Roma; anche per lei è luogo di contaminazione di stili.

Cito impressioni sospese tra il presente e le “crasi” che le separano dal tempo trascorso, poiché vi trovo delle tangenze, pur nella diversità del mezzo espressivo.
L’immagine classica è sinonimo di perfezione. Spezzandosi non ne crea l’antitesi, ma l’ossimoro, una crisi interna, una specie di reazione a catena tra apparenti contrari. Così l’immagine "rupta", sezionata, interrotta è l'esito di una visione mentale e appercettiva del passato. 
Perché non ammetterlo? La ricerca è parte della sperimentazione in atto. Vi sono profonde diversità rispetto il sussidiario mito-scultoreo dell'artista sassone.

In questa giovane autrice, che mostra maturità di strumenti, il percorso si compie sul crinale della pittura, non della scultura. E della tridimensione coglie le suggestioni eidetiche. Non è il cosmo plastico, stereometrico, circolare come lo spazio tradotto nella tattilità del solido, nella immobile inquietudine delle sculture evocative di una passato frammentario. Nemmeno è casuale il rapporto con l’immagine figurata, mai ritenuta residuo di un affioramento archeologico, o residuo del fortunale che ha accompagnato il tramonto dell’antichità. Essa è parte di una scelta razionale -come ha modo di precisare l'autrice-, elemento evocativo di una dimensione fuori del tempo.  Il fatto pittorico poi è illusivo, necessariamente speculare, bidimensionale, e per ciò, mentale, visuale, geometrico razionale, matematico, condizionato  - come vedremo - da valori aurei e soggetto a rapporti simbolici.

Queste “erme” spezzate che adotta come  protagoniste dei suoi dipinti Stefania Mainardi, riassorbite dal letto della memoria, si imparentano con i modelli che esse  reimpiegano (“Gladiator”, 2005): e che vengono messe a confronto con i rapporti matematici regolari nella paratassi dei dossali, spartiti in architravi, bugne, archi, ritmati come le pieghe di un paramento severo, casto, classico, a colori uniti, medi, complementari o i non-colori (nero, bianco, grigio) di Mondrian (“Attesa”, 2004). Il fondale è parte del dipinto, anzi ne è l’ossatura archetipica, così come il pentacordo sta alla melodia che v’è scritta sopra: “ex pluribus unum”, l’armonia ha bisogno della regola.
Ed è ciò che è alla base del canone classico. La regola matematica è  impressa sullo sfondo, la figura si sintetizza nella materia che assume la funzione semantica del concetto, detto, rappresentato, esplicitato, manifesto, desunto dalla classicità.

Dietro queste opere v’è la medietà italica (“La scelta”, 2005; “Adamo”, 2005), che imprime un senso mitoipoietico allo spazio dipinto, declinato dalla metafisica inquietudine delle “Piazze d'Italia”, per intenderci, sino al razionalismo classicheggianate, spaesante e fuori del tempo delle architetture dell'Eur, che è uno dei testi pieni di echi e di questioni irrisolte (qui  ripreso come una sorta di aporia formale; “Il  Viaggiatore”, 2002; “Ribellione”, 2004).

Scorre complanare la “schenè”; raccoglie la sfida, in rapporto col tempo, che è sincronico prima ancora che simbolico.

Il parato, pensato a geometria ragionata, con una distribuzione paratattica delle ordinate per ortogonali, composto di figure semplici, di forme tendenti al quadrato, al rettangolo (possibili teorie di metope e triglifi) crea il dossale, pone veli dietro i ritratti. Dinnanzi s'alza la fronte spezzata (“L'inganno”, 2004; “L'enigma”), un corpo defraudato, un paio d'ali energiche e stranianti (“Il viaggiatore”, 2002), luci intermittenti come la lampada della memoria, che illumina per impulsi luminari, ricerca se stessa o il ricordo, o tenta di illuminare la forma – si direbbe -  come Psiche che indaga nell’oscurità l'immagine del suo amante.

Dietro l’armonia del gesto alimenta l’eccezione come accade quando alla regola subentra  nell'ordine classico la variante, lo scarto, il distacco dal canone stabilito (“Kore”, 2005; “Il Gigante”, 2005).

Questa prima antologia di dipinti della Mainardi perciò rappresenta uno scenario che alle regole aggiunge inquietudine. Si compone di singoli frammenti, riporta alle tensioni dell' onirico, dell'imprevisto, che sono del surrealismo, e, per lo spazio, all'astrattismo nella variante razionalista, con qualche alliterazione su Mondrian. Delvaux,  Tanguy, Magritte possono giudicarsi punti di riferimento nel più classico Novecento.La radice è quella, ma con le corposità  dialettiche dei fratelli De Chirico, soprattutto Savinio. Dietro v’è quel gusto che altrove declina sull’ironico e che qui diventa un comportamento pittorico naturale, con un pedale poggiato sui classici del pensiero scultoreo, che dall'altare di Pergamo guadagna il primo secolo e poi, “per fragmenta” un percorso, seminato di temi, sino a sfiorare il luogo dove il classico scavalca il romantico (“Il fuoco”, 2005). Gli autori di prima sono i punti di intersezione nei quali le coordinate convergono, si incontrano, si misurano insieme ai parametri assunti come unità di misura dello spazio. Giacchè è evidente: il “pentametro”, lo sfondo, misura il tempo; la figura, l’”alzato”,  misura lo spazio.

Senza dover parlare di categorie e di modelli, ma nemmeno senza negarne l'efficacia, direi che la Mainardi si pone in colloquio con questi classici del pensiero artistico. Li studia, li frequenta, ne raccoglie pensieri e valutazioni (“Attesa”, 2004) nella austerità del tessuto posto a dossale del ritratto.

Il post-classico coincide con la società post-industriale e poi con l'arte post-moderna. Si è creduto che l'uno avesse liquidato le altre. In realtà nell'epoca del post-industriale, s'afferma una indagine sul reale che lo ricompone in termini post-classici: un post-classico indagato riprodotto frequentato sconfessato, cercato e denegato, dalla “Venere  a cassetti” di Salvador Dalì, che è matrice per ogni pensiero post-classico sulla scultura antica: luogo dell’immemorabile, nella scansione onirica del tempo.
Quella di Stefania Mainardi è una parabola densa di significati, come il vigore del tratto pittorico.  
Non c'è sudditanza agli archetipi; nè alla poetica dell'oggetto  recuperato su di una spiaggia minoica tra Andromeda o Arianna.
Lo spazio è regolato dalla norma e interpretato sulla base di rapporti ora semplici ora complessi, sempre riconducibili ad una scelta formale di fondo, che è razionale senza essere razionalista, è figurativa e non meramente astratta.

Per la memoria è passato anche il passato prossimo. Ad esso appartengono le trasposizioni, per metafisica vocazione, delle architetture chiamate a pura attestazione di un principio, e ancora piene di quella “ratio” “latina” di cui l'autrice si avvale. Ritroviamo qui parte di quel  mito che pone le radici sul terreno variegato della  “surrealtà”, che riassorbe nel suo ripensamento una ritualità ctonia, che trasuda dalla terra e dallo spazio modificato dalle fantasie umane; rivisitato nel significato come “simulacro”, sintesi ricorrente e, forse, permanente, tra l'esistere e la sua rappresentazione.

Francesco Barocelli

 

 
 
Riduciper contattarla
     
 
RiduciENGLISH VERSION
   

Her talent for design immediately became evident, yet her education was to head away from truly graphic spheres. Indeed she did not pursue specific studies in the sector, having instead opted for a line featuring humanistic and technical/artistic aspects.
Her education at Parma’s G.D. Romagnosi secondary school (specialising in classical studies) honed her predisposition for humanistic subjects, both from the literary and artistic point of view, developing a passion for classic spheres which would later provide the common thread behind her cultural and expressive development.
She obtained her degree in architecture from the Faculty of Architecture of the University of Florence in 1994, with theses on the restoration work carried out on Parma’s baptistery.
Her university career included a number of exams connected with expressive and artistic design spheres.
Moreover, the numerous trips she carried out over the years bear witness to her research into artistic expression- from architecture to painting and sculpture- through the discovery of large, artistic cities, museums and exhibitions held both in Italy and abroad.

As an architect, in addition to designing new constructions and restructuring and restoration projects for buildings of historical note, she has also worked in interior decoration and created sets for theatre performances.
For the last six years she has dedicated herself more assiduously to painting, experiment with various drawing techniques including sanguine, water colours, dark ink and the more common acrylic painting on canvas.
She has participated in collective exhibitions held in Parma, Bari and Hohg Kong.
 

Exercises in art by Stefania Mainardi.
By Francesco Barocelli


In order to look beyond day-to-day life and grasp that time proceeds in fragments through places of thought, analogies and metamorphic re-propositions of the memory, Stefania Mainardi has opted for a half-way house between history and legend.

“A strange feeling, the sensation that an impossible return was accompanying the clear trade winds of the Tyrrhenian sea which flowed amidst great, enormous, immobile statues”.

The quotation refers to another occasion. This could have been the comment of those observing the “antiquity” between the Santissimo Nome di Maria and the Mercati Traianei or the Torre delle Milizie during the period of the Roman exhibition held by Igor Mitoraj. These paintings by Stefania Mainardi, in the illusively plastic portrayal which they encompass within the canvas, bring to mind assonances with some of those strange, poetic visions. Rome is the sediment of all. Even Mainardi’s Hellenic repertory has passed through Rome; for her too, it is the place where styles become contaminated.

I quote impressions that remain suspended between the present and the “crasis” that separate them from the time that has passed, as there are tangencies therein, even in the diversity of the expressive medium.
The classic image is synonymous with perfection. In breaking it does not create the antithesis but an oxymoron, an internal crisis, a kind of chain reaction between apparent opposites. Thus the broken, sectioned, interrupted image is the outcome of a mental and apperceptive vision of the past.
We should face facts: research is part of experimentation in progress. There are profound differences compared to the subsidiary sculptural myth of the Saxon artist.

For this young artist, who demonstrates maturity in handling her tools, the journey takes her to the summit of painting, not sculpture. And she grasps eidetic evocations from three-dimensional art. It is not the plastic, stereometric, circular cosmos like space translated into the tactile nature of the solid, in the immobile malaise of a fragmentary past. Nor is the relationship with the image portrayed casual, or ever considered the leftover of an archaeological find, or the remains of the storm that accompanied the decline of antiquity. It is part of a rational choice- as the artist herself pointed out- an element that conjures up a timeless dimension.  And the pictorial fact is illusive and a necessary two-dimensional mirror-image which is therefore mental, visual, geometric and rational, mathematical, affected- as we will see- by golden values and subjected to symbolic relationships.

These broken “herms” which Stefania Mainardi adopts as the protagonists of her paintings, reabsorbed by the bedrock of memory, become related to the models that they reuse (“Gladiator”, 2005): and which are juxtaposed with regular mathematical relationships of the ornamental covers, divided up in the architraves, ashlars and arches, given the cadence of the folds of a harsh façade, chaste and classical in united, middling, complementary colours or the non-colours (black, white, grey) of Mondrian (“Attesa”, 2004). The background is part of the painting; indeed perhaps it is the archetypal skeleton, as the pentachord is to the melody placed above it: “ex pluribus unum”, harmony needs its rule.
Indeed this lies at the base of classical tenets. The mathematical rule is marked out in the background, the figures are synthesised in the matter that takes on the semantic function of the concept, the saying, the portrayal, the rendition or the manifestation inferred from classicality.

Behind these works lies an Italic average (“La scelta”, 2005; “Adamo”, 2005), which imprints a mythopoetic feeling on the painted space, ranging from the metaphysical malaise of “Piazze d'Italia”, to the classical, unsettling, timeless rationalism of the EUR’s architecture, a text full of echoes and unresolved questions (resumed here as a sort of formal aporia: “Il  Viaggiatore”, 2002; “Ribellione”, 2004).

The “schenè” flows along the same plane; it seizes the challenge in relation with time, which is more synchronic than symbolic.

The drape, conceived with reasoned geometry, with a paratactic distribution of the ordinates by orthogonal figures, made up of simple figures, of shapes that tend towards squareness, towards rectangles (possible theories of metopes and triglyphs), creates the ornamental cover and places a veil behind the portraits. Before it rises the broken forehead (“L'inganno”, 2004; “L'enigma”), a cheated body, a strange and energetic pair of wings (“Il viaggiatore”, 2002), intermittent lights like the lamp of the memory which illuminates with flashes of light, looking for itself or the memory, or attempting to light up the shape- one might say- like Psyche investigating the image of her lover in the darkness.

Behind it all, the harmony of the gesture the exception is nourished in the same way as when a rule sub-enters the classical order of the variant, the distance or detachment from the established tenet (“Kore”, 2005; “Il Gigante”, 2005).

This first anthology of Mainardi’s paintings can therefore represent a scenario where malaise is added to the rules. It is made up of individual fragments, referring back to the unexpected dreamlike tensions of surrealism, and of abstractism in the rationalist variant for space, with a few alliterations on Mondrian. Delvaux, Tanguy and Magritte can all be considered reference points of the most classical brand of twentieth century art. This is the root, but with the dialectic body of the De Chirico brothers, in particular Savinio. Behind it lies a taste which opts for irony elsewhere, and which here becomes a natural type of painting conduct, with one foot resting on the classics of sculptural thought which from Pergamo’s altar wins over the first century, only to then proceed in a fragmentary manner along a route dotted with themes until coming to rest at the place where classicism overcomes romanticism (“Il fuoco”, 2005). The previous artists are the points of intersection at which the coordinates converge; they meet, they measure themselves against the assumed parameters as units for measuring space. For it is clear: the “pentameter”, the background, measures time; the figure, the elevation, measures space.

Without touching on categories and models, but also without denying their effectiveness, I would say that Mainardi dialogues with these classics of artistic thought. She studies them, frequents them, gathering their thoughts and evaluations (“Attesa”, 2004) in the austerity of the tissue placed on the background of the portrait.

Post-classicism coincides with the post-industrial society, and then with post-modern art. The belief was that one had liquidated the others. In actual fact, during post-industrial times, investigation into reality took hold which recomposed it in post-classical terms: an investigated post-classicism which is reproduced, frequented and disavowed, sought out and negated, from the “Venus de Milo with Drawers” by Salvador Dalì, which is the matrix for all post-classical thought on ancient sculpture: the place of all things immemorial in the dreamlike scanning of time.
Stefania Mainardi’s parable is crammed with meanings, like the vigour of the pictorial trait.
There is no subjection to archetypes; nor to the poetry of the object found on a Minoan beach between Andromeda or Arianna.
The space is regulated by the norm and interpreted based on relationships which are simple or complex by turns, and which can always be traced back to an underlying formal choice which is rational without being rationalist, figurative and not just abstract.

For the memory, even the present perfect has passed. It is to this that the transpositions by metaphysical vocation of the architectures called upon to attest to a principle belong, still full of that “ratio” and “latin” that the artist avails of. Here we find part of the myth which puts down roots in the variegated soil of the “surreal”, reabsorbing a chthonian rituality in its rethinking, exuded by earth and space modified by human fantasies; reworked in its meaning as a “simulacrum”, a recurring and perhaps permanent synthesis between existence and its portrayal.

Francesco Barocelli

 



 

 
 
Dichiarazione per la Privacy Condizioni d'Uso Convenzioni HOME PAGE Galleria d'Arte MEGA ART CHI SIAMO - WHO WE ARE PICCOLO FORMATO SMALL SIZE VIDEO E CATALOGHI
Copyright (c) 2000-2006